martedì, 15 Settembre 2026

omelia Domenica 13 settembre 2026 (XXIV Domenica del tempo ordinario Anno A)


Potremmo dire che Il vangelo di questa domenica inizia con un gioco di numeri e che nella Sacra Scrittura i numeri non sono a caso ma hanno un significato specifico.
Quando Pietro riporta la frase: ”Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?”
L’apostolo riporta un insegnamento del tempo: Perdonare il fratello fino a sette volte.
Ecco ora il passaggio centrale del vangelo: ”E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette”.
Perché questo numero?
Perché si contrappone ad un altro numero “settanta” che nella Sacra Scrittura, la Genesi in particolare, significa vendetta: ”Se Caino sarà vendicato sette volte, Lamec lo sarà settantasette volte”.(Gen 4,24)
Dire “settanta volte sette” significa “illimitato”.
Alla vendetta bisogna rispondere con il perdono.
“Il peccato dell’uomo è un pugno di sabbia. La misericordia divina un mare sconfinato”. (San Serafino di Sarov)
Viene così anticipata la parabola che abbiamo ascoltato.
Basta solo riflettere sul confronto del debito: Il primo deve al padrone “diecimila talenti” il secondo, invece, solo “cento denari”.
Per dirla oggi, è una differenza tra 60.000 milioni e 100.000 di euro.
È un paragone per sottolineare la grande differenza tra il perdono di Dio e quello che invece deve fare l’uomo.
Basta solo ripetere il Pater: ”Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostro debitori”.
Non basta ripetere le parole della preghiera, bisogna viverla.
Ricordo tanti anni fa, quando ho visto il film sul beato martire don Popiełuszko ucciso dai comunisti, quando alla veglia funebre, al momento della preghiera del Padre Nostro, alle parole “come noi li rimettiamo ai nostri debitori” nella piazza ci fu il silenzio. Il regista voleva sottolineare come era difficile perdonare ed il sacerdote che guidava la preghiera, insisteva: ”Come noi rimettiamo ai nostri debitori”.
Se non c’è una continuità nel reale della nostra fede, se questo amore che riceviamo dal Padre non lo condividiamo con il prossimo, colui che ho di fronte, non è un amore che genera vita.
Riprendiamo un passaggio che è il centro di tutto il vangelo: ”Il padrone ebbe compassione di quel servo”.
La compassione, questo amore che parte dalle viscere, un amore materno, un amore che non è razionale diremmo, perché non ragiona con i numeri, come ripeteva Sant’Agostino: ”La misura dell’amore di Dio è amare senza misura”.
Infine voglio concludere con un passaggio che riporto spesso e che ritengo necessario per il nostro cammino di fede.
Perdonare non è dimenticare l’altro. Il vero perdono è accogliere l’altro con i suoi limiti e non rinfacciare mai all’altro i suoi errori.
Come insegnava il santo Curato d’Ars: ”Dio non ha memoria del peccato”.