martedì, 15 Settembre 2026

OMELIA PRIMO ANNIVERSARIO DA PARROCO – 14 SETTEMBRE 2026


Innanzitutto colgo l’occasione per ringraziare il consiglio pastorale parrocchiale e tutti coloro che hanno collaborato per la dolce sorpresa della festa di questo giorno.
Come dicevo domenica scorsa, ci sono momenti inaspettati in cui l’altro ha bisogno di una sorpresa per sentirsi amato.
In questi giorni, in preparazione al Natale, meditavo su quello che papa Francesco diceva sul rapporto tra Dio e la Madonna.
Il nostro Papa, in più occasioni, sottolineava il lasciarsi sorprendere da Dio,un sorprendere che avviene nella ferialità della vita e non nelle grandi occasioni.
Più di 30 anni fa, ricordo un incontro di scuola di comunità in cui si raccontava un episodio particolare di don Giussani che si meravigliava (lui era ancora un seminarista) che quando entrava in cappella vedeva un vecchio sacerdote che prima di iniziare la Messa ripeteva una frase che allora tutti i preti recitavano prima di ogni messa: ”Ad Deum qui laetificat iuventutem meam.(A Dio, che rallegra la mia gioventù.)”
Dopo tanti anni e in questi mesi passati con voi, ai miei amici più stretti, ripeto proprio questo: “Sembra di essere ritornato ai miei primi anni di sacerdozio”.
La gioventù del cuore non è nel numero degli anni ma in un rallegramento della fede che viene sempre più come solleticato a ricordare a se stessi che nella vita c’è una Presenza che si manifesta in un volto e il volto ha un nome che è la parrocchia.
Lo so che è difficile capire o comprendere alcuni passaggi e non chiedo neanche di farlo subito perché ogni cosa ha il suo tempo. Se pensiamo anche alla festa di oggi, il dono della Croce non è stato vissuto e compreso in quel momento. C’è stato un cammino.
Anche se uno non lo comprende, ciò che conta è che sia poi un vissuto.
Non conta ripetere una poesia a memoria ma il far memoria di quella poesia che fa nella tua vita la differenza.
La settimana scorsa riportavo un pensiero particolare: ”Che cos’è l’assenza se non il desiderio di una presenza?”
Vivere una comunità è vivere innanzitutto con la certezza che nella tua vita tu lasci spazio ad un Altro.
Siamo figli di San Giovanni Battista ed impariamo proprio da lui che ha vissuto il sacrifico, anche nell’incomprensione, di aprirsi al Mistero.
Noi siamo come cirenei che aiutiamo Gesù a portare la croce, non il contrario.
Come si può raffigurare in un’immagine il rapporto tra parroco e parrocchia?
Mi veniva in mente questa immagine pensando alla Via Crucis.
L’affettività della parrocchia verso il parroco è come il gesto di delicatezza della Veronica. Non è qualcosa di eclatante o spettacolare, ma solo quel coraggio di uscire fuori dalla massa, dal pensiero comune, ecc.. ed essere lì di fronte a Gesù e vivere il gesto della pietà (che non è pietismo), dell’asciugare il volto di Cristo.
Voglio immaginare questa scena del cammino che riprende verso il Calvario, dove ci sarà un insieme di incontri, dialoghi ecc.. e Gesù che è rallegrato da quel gesto della Veronica.
I calli nelle mani di chi lavora non sono la durezza della fatica. Sono la memoria di un amore che si offre per l’altro.