Nel celebrare la festa del nostro patrono, urge una domanda del cuore: ”Cos’è la santità?”
È una ricerca del vivere la fede in un confronto con la realtà a cui siamo chiamati a vivere ciò che siamo, un essere diversi?
No, ma un vivere diversamente sì.
C’è una Grazia ed è questo quello che ci testimoniano i santi e che fa sì che l’uomo vive diversamente, anche se poi questa diversità siamo noi che la vediamo.
L’uomo che crede vive una normalità del tutto e rende diverso quel tutto che ci fa riscoprire che la vita è un dono che Dio offre affinché l’uomo cammini in una comunità che ogni giorno si trasforma in comunione.
Mi colpiva un passaggio della catechesi del Papa Leone XIV (8 ottobre 2025 e poi ripreso dal Volantone di Pasqua 2026 di CL): ” La Resurrezione non è un colpo di scena teatrale . E’ una trasformazione silenziosa che riempie di senso ogni gesto umano. Nella Pasqua di Cristo tutto può diventare grazia, anche le cose più ordinarie: mangiare, lavorare, aspettare, curare la casa, sostenere un amico. La Resurrezione non sottrae la vita al tempo e alla fatica ma ne cambia il senso e il “sapore”.
Riprendiamo la parte finale “Ne cambia il senso e il sapore”.
La fede ci riporta al cuore quello che è avvenuto in noi nel nostro incontro con Cristo.
Siamo qui perché crediamo e non per una tradizione culturale o popolare. C’è in noi quella fede che ci porta a vivere in Cristo una scelta di essere.
Come ci hanno insegnato i santi, poi San Floro e tutti i santi martiri in particolare, a vivere quell’appartenenza a Cristo perché hanno riconosciuto una Grazia che salva.
Hannah Arendt scriveva: ”Se mi fossi fatto da solo, avrei potuto prevedermi e avrei perso la libertà”.
C’è un Altro che ci fa, un fare che non esclude la libertà di essere, anzi da quel valore che invece noi riempiamo di tutto ma non del senso del vivere.
Anni fa lessi un frase che mi ha colpito e che ricordo spesso: ”Il nostro cuore desidera l’infinito, ma viceversa si riempie di minuzie”. (Lessing)
Perché i santi come il nostro patrono hanno abbracciato il martirio se non perché avevano questo desiderio dell’Infinito?
Non un’idea astratta, ma pur sempre un Mistero.
Come ben scriveva Leopardi: ”Ma sedendo e mirando indeterminati
spazi di là da quella e sovrumani silenzi e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo, ove per poco il cor non si spaura. (Ma mentre siedo e fisso lo sguardo sulla siepe, io immagino gli sterminati spazi al di là di quella, i silenzi che vanno al di là dell’umana comprensione e la pace profondissima, tanto che per poco il mio cuore non trema di fronte al nulla). ” Poesia INFINITO
C’è questo mirare oltre la siepe, oltre le paure e i drammi che la vita comporta.
C’è una fede in Cristo perché c’è un ricordo, un far memoria che Lui è innanzitutto ed unicamente Presenza nella mia storia.