Volantone. L’“Ultima Cena” di Duccio
L’artista senese e la Maestà dipinta per il Duomo della sua città tra il 1308 e il 1311. Il dettaglio di un pannello del grande polittico è l’immagine che propone il Volantone di CL per la Pasqua 2026
Il 9 ottobre 1308 è una data spartiacque per la storia dell’arte occidentale, posta a discrimine tra la tradizione bizantina e quella gotica. L’Opera del duomo di Siena incarica Duccio di Buoninsegna di realizzare quella che sarebbe diventata il cuore pulsante della città: la Maestà, destinata all’altare maggiore di una delle cattedrali più belle del mondo. Il contratto imposto a Duccio è estremamente vincolante: il pittore deve lavorare a salario, senza intraprendere altri impegni fino alla consegna. Duccio, allora sessantenne, è nel pieno della sua maturità artistica e porta in questo lavoro tutta l’esperienza della tradizione, arricchita dal dialogo costante con i grandi del suo tempo, Cimabue e Giotto in testa. L’enorme polittico viene terminato dopo soli tre anni e il 9 giugno 1311 viene trasportato in processione dalla bottega dell’artista alla Cattedrale, accompagnato da un’intera città in festa. All’autore l’onore di firmare l’opera con un’iscrizione alla base del trono, in cui chiedere lunga vita per sé, oltre che pace per la città, uscita vittoriosa su Firenze nella celebre battaglia di Montaperti (1260).
L’opera era realmente monumentale: quasi cinque metri di larghezza e altrettanti di altezza, dipinta su entrambi i lati. Sul fronte, rivolto verso il popolo, la grande tavola centrale con la Vergine in trono tra i santi è accompagnata da una predella con le Storie dell’infanzia di Gesù, alternate dai ritratti dei Profeti e sormontata da un coronamento con l’epilogo della vita di Maria. Il retro, rivolto al clero, dispiega il racconto evangelico in altre 43 scene: dal perduto Battesimo alla Pentecoste. È in questo ciclo narrativo che si inserisce il pannello dell’Ultima Cena, di cui un dettaglio è stato scelto come esemplificativo di Cristo che si fa “Compagnia alla vita”.
Ricostruzione virtuale della “Maestà” (verso) dipinta da Duccio di Buoninsegna per il duomo di Siena. In basso a sinistra, “L’Ultima Cena” (©wikipedia)
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La coscienza della vastità dello straordinario contesto in cui sono inseriti l’Ultima Cena e questo particolare è necessaria a comprendere la grandezza dell’umile che abbiamo di fronte. Calandosi in un precipizio di significato, tacciono ora i fragori festanti delle trombe, delle ciaramelle e delle nacchere che il Comune aveva voluto accompagnassero l’ingresso dell’opera nella cattedrale. E si lascia per un momento sullo sfondo il turbinio di volti, vesti e corpi, solidi e sinuosi allo stesso tempo, che affollano le 75 scene complessive del polittico.
Tutto si fa più semplice quando entriamo in questa stanza dall’architettura scorciata, in cui gli apostoli si stringono a Gesù, barcamenandosi in cerca della propria posizione spaziale e umana. I nostri occhi scendono sotto le due mensole che dettano una prospettiva centrale, superano il grande tavolo che squaderna il suo piano inclinandosi a sinistra, e poggiano sulla rude panca che ferma il nostro sguardo su un confine dalla definizione resa incerta da qualche acciacco della pellicola pittorica.
La tavola è imbandita con cura: si distinguono le pagnotte di pane, i calici di vino, una brocca finemente decorata e un piatto centrale con un maialino da latte, che non è il simbolico agnello e, perdipiù, era cibo proibito all’ebreo Gesù. Più che di un falso storico si tratta di una vera ghiottoneria per il medioevo, che ben si addice alla necessità di avvicinare all’oggi l’eccezionalità di quella cena. Perno della composizione non è solo Gesù, ma il dittico che crea con Giovanni, raggomitolato al suo fianco in un gesto di totale abbandono. È questa indicazione di metodo che centra il punto e dà ordine alla scena, cominciando da sinistra, dove un apostolo affetta del pane a fianco di Giacomo, dipinto così simile a Gesù perché, dalla tradizione, era ritenuto un suo congiunto. La fila inferiore è aperta da un apostolo che regge il pane e simmetricamente chiusa da un compagno che regge il vino.
Non che manchino motivi di agitazione, visto che il momento è, probabilmente, quello che segue le parole di Cristo sull’imminente tradimento. Ma a esprimerla sono solo l’inquietudine di qualche volto e l’orientamento scomposto di braccia e mani. Tutto si gioca nei gesti. A partire da quello di Gesù, che sta per intingere nella ciotola accanto il boccone da porgere al commensale. È il massimo gesto di accoglienza per la tradizione ebraica, che lui riserverà proprio a Giuda, qui seduto di fronte a Giovanni e preoccupato di distogliere l’attenzione da sé, intervenendo come può nella conversazione. A fianco di Gesù, Pietro sembra quasi schermirsi: di tradimento, fra non molto, ne saprà qualcosa. Lui non lo sa ancora, ma Duccio sì.
Questo dettaglio dell’Ultima Cena, appeso sulle porte, lungo i corridoi o nelle cucine, si candida ad accompagnare le nostre cene, con le loro gioie e i loro tormenti, con tutte le preoccupazioni del giorno e con quel chiasso drammatico del mondo che ci circonda, cui non è chiesto di rimaner fuori, ma di essere messo in quadro da quell’abbandonarsi. Perché, come ci ricorda papa Leone XIV, «la Risurrezione non è un colpo di scena teatrale, è una trasformazione silenziosa che riempie di senso ogni gesto umano». In questa scena sembrano condensarsi, esplicite o implicite, tutte “le cose più ordinarie: mangiare, lavorare, aspettare, curare la casa, sostenere un amico” che attendono di poter mutar “sapore”. Ridotta a un piccolo dettaglio, la Maestà di Duccio si fa accostante e, forte della sua dignità, mostra di sé persino l’effetto dei tarli. Ci fa pensare ai nostri, di tarli, abbracciati anche loro dalla “comunione nostra”. Perché Giovanni non è all’altezza delle preoccupazioni del suo tempo, ma in quell’abbandono che lo fonde a Cristo, alla fine, precorre l’unica vera alba che val la pena di attendere.
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