Papa Francesco ha voluto che in questa domenica che precede la festa di Cristo re e poi l’inizio del tempo di Avvento, si celebrasse la “Giornata mondiale dei poveri”.
Il nuovo Papa, Leone XIV, come tutti i suoi predecessori, in queste occasioni scrive un messaggio (con largo anticipo) e ci offre l’occasione della meditazione di questa domenica. Il tema di quest’anno è:”Sei Tu Signore la mia speranza”.
Seguendo il tema del Giubileo, noi siamo chiamati ad essere protagonisti e risposta ad una povertà che diremmo “cambia”.
Mi colpiva quello che diceva il nostro Papa:” La più grave povertà è non conoscere Dio”.
Proprio il giorno in cui preparavo questa omelia, leggevo un articolo sul sondaggio dei paesi più atei nel mondo e mi colpiva che le nazioni più atee si trovano in Europa o sono le più ricche.
Come essere risposta a questa dimenticanza, povertà di fede?
Se ci limitiamo ad essere risposta, come lodevolmente abbiamo fatto in questi due giorni per la raccolta alimentare, rischiamo di ridurre la risposta ad un “fatto materiale”.
Il vivere la testimonianza della fede, ci mette in gioco con noi stessi.
Chi viviamo veramente, cioè, chi riconosciamo come compagnia nella nostra solitudine, quindi nella nostra povertà?
“È una regola della fede e un segreto della speranza: Tutti i beni di questa terra, le realtà materiali, i piaceri del mondo, il benessere economico, seppure importanti, non bastano per rendere il cuore felice. Le ricchezze spesso illudono e portano a situazioni drammatiche di povertà, prima fra tutte quella di pensare di non avere bisogno di Dio e condurre la propria vita indipendentemente da Lui. (Papa Leone XIV)
Se ci limitiamo ad essere una risposta materiale, è come se dicessimo all’altro che la felicità è in un bene.
(per i più piccoli “La Rosa di Rilke” vedi news precedente)
Mi ha sempre colpito questa storia, perché mi ha aiutato a riflettere nella mia vita, a scoprire che il dono di essere per l’altro è un’occasione che tu ti devi inventare e non aspettare.
È il vivere con l’altro, la condivisione di te stesso e, quindi, anche della propria fede nella certezza che Dio è veramente una bella compagnia.